Integrazione e integralismo

Lo jus sòli, jus culturae o come lo si voglia chiamare è certamente una misura di civiltà attesa in Italia da molto tempo. Tuttavia, grazie ai calendari parlamentari in ritardo di decenni, cade in un periodo particolare, dopo un lungo ciclo di feroci attentati terroristici compiuti da giovani islamici cresciuti in Europa, i quali, a differenza dei loro padri, sono, proprio grazie allo jus sòli presente in Francia, Inghilterra e altri paesi, cittadini europei.

La radicalizzazione islamista della seconda generazione di immigrati musulmani non è un fenomeno trascurabile o passeggero. Come più volte sottolineato è la prova del fallimento di un modello di integrazione, per il quale culture religiose e abitudini di vita anche tra loro molto contraddittorie dovrebbero convivere in una sorta di “buon vicinato” fondato sul reciproco rispetto. Visione ingenua che si basa su un relativismo valoriale assoluto, per cui la società multiculturale sarebbe non la sintesi nuova e ricca, ma la semplice sommatoria delle differenze, ciascuna inattaccabile nella sua specificità.

È una sedicente “integrazione” che non integra, anzi dis/integra, lasciando fanatismi e costumi arroccati nei loro recinti. Il limite di questo modello è divenuto evidente negli ultimi anni, perché l’integralismo islamico wahabita, che non è l’invenzione di qualche assassino fuori controllo, ma l’adesione letterale ai precetti del Corano praticata da comunità numericamente sempre più rilevanti, è in conflitto strutturale non solo con i valori civili delle società occidentali, figlie della rivoluzione francese, ma con tutte le altre fedi. Non a caso gli integralisti, pur dicendosi a volte, per puro tatticismo politico, rispettosi della legge, sono assolutamente contrari ad ogni reale integrazione, che essi considerano un cedimento agli infedeli e una bestemmia contro l’integrità islamica.

Tornando allo jus sòli è chiaro che – nella situazione attuale – divenire cittadini italiani ed europei non dovrebbe essere semplicemente la conseguenza burocratica della nascita, della residenza e di un formale ciclo scolastico, ma il frutto maturo dell’accettazione del principio di convivenza pacifica tra le culture che caratterizza i nostri paesi. Il problema non è allora il diritto considerato astrattamente, ma la sua applicazione concreta a chi professa l’adesione all’Islam, che è per sua natura una religione intollerante e bellicosa.

Bisognerebbe porsi delle domande. Che valori trasmette la scuola pubblica ai figli di famiglie islamiche? Come farli uscire dal recinto dei divieti e delle superstizioni coraniche ed educarli ad essere liberi cittadini? Come rompere il muro ideologico di ostilità che li separa dal resto della società? L’approvazione dello jus sòli dovrebbe essere insomma l’occasione per una sfida aperta del pensiero laico e democratico all’oscurantismo religioso, ma purtroppo non sembra ci sia all’orizzonte nulla di simile.

Alle campagne di paura di una destra interessata solo a prendere voti, fa da specchio l’imbecille “politically correct” di una sinistra che spesso non riesce neppure a unire l’aggettivo “islamico” al sostantivo “terrorismo” e nasconde la sua passività dietro la bandiera di diritti astratti e distratti.

jack

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